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Sono un paio d’anni che in casa mia, nel mese di dicembre-gennaio, gira un libro dell’amico e conterraneo Matteo Corradini, un ebraista che ha avuto l’ardire di tradurre in parole semplici e chiare per i ragazzi alcune vicende tra le più crudeli della storia umana oltre ad averci omaggiato dei risultati del suo studio in ambito più generale.
Perché vi parlo di questo libro? Perché ha suscitato in me delle domande a cui ho tentato di dare risposta.
E quindi oggi, 27 gennaio, provo a condividere con voi l’esito di questo mio studio.

Il libro in questione è “Solo una parola- Una storia al tempo delle leggi razziali”.
Ho lasciato correre le emozioni, ho provato a seguirle e a farne qualcosa di razionale. E a cercare, pur facendomi male, ciò che più mi interrogava.
Due le domande che hanno quindi guidato la mia ricerca (e qui mi scuso con i docenti di storia se troveranno cose banali, scontate, dette e ridette):
- Non ci sono stati dei segnali che facessero già capire che ci sarebbe stato un tempo difficile, da cui queste persone si sarebbero potute difendere allontanandosi dal luogo in cui vivevano, cercandone uno più tranquillo, più rispettoso, meno ideologico?
- Tra i matematici italiani ci sono stati ebrei (e devo dire che non essendo la caratteristica principe che va a definire un matematico, di molti di loro non sapevo l’appartenenza alla religione ebraica) e come hanno vissuto questo periodo di discriminazione, loro che potevano forse essere un po’ più “avvantaggiati” in quanto detentori di cultura?
È un problema di razza. Per come sono stata educata io, di razza ce n’è una sola, ed è quella umana. Quindi ho sempre fatto molta fatica a capire dove stesse il problema. Poi, con gli anni e con lo studio, ho capito che in effetti il “problema” non c’era, ma lo si è creato. E purtroppo, checché se ne dica, è subdolamente rimasto.
Comunque, il concetto di razza nasce quando gli europei incontrano per la prima volta popolazioni fisionomicamente diverse da loro. È un medico che nel 1684 propone di dividere l’umanità in 4 razze. Segue Linneo, che prova a dare una ratio scientifica alla cosa basandosi sul colore della pelle e poi Buffon (non il nostro Gigi…) aggiungendo altre caratteristiche fisiche, quali la struttura del corpo. Poi arriva Darwin, e queste idee razziali iniziano a incrinarsi. Non voglio dilungarmi su questo aspetto, ma era importante per capire il succo del problema: il diverso.
Attenti, non voglio dire che il “diverso” non ci sia. C’è. Io sono diversa da mia madre, da mia figlia. Tu sei diverso da tuo fratello, dal tuo amico. La diversità è peculiarità, è ricchezza. Finchè non se ne ha in qualche modo paura. Allora va allontanata, ghettizzata, discriminata.
In matematica c’è il discriminante, e i miei studenti di terza sanno che è ciò che divide le tre possibili soluzioni di un’equazione.
Discriminare è quindi separare.
Mi sono dilungata troppo su questo aspetto, ma era una premessa che non potevo tralasciare, perché questo diverso, simbolo tanto odiato quando calcoliamo in classe il campo di esistenza di una funzione, sarà il tema conduttore.
Parto dalla prima domanda: c’erano state avvisaglie di quello che sarebbe potuto succedere e quindi c’era la possibilità di andarsene e scappare?
“1938. […] Tanto lo so già che c’è qualcosa nell’aria. Tutto quell’agitarsi e parlare quest’estate sotto l’ombrellone e quel continuo andare a comprare il giornale in ogni momento”. Inizia così il libro autobiografico di Lia Levi, “Una bambina e basta”.
C’è qualcosa nell’aria. Si sapeva che prima o poi sarebbe successo qualcosa.
D’altronde la storia delle discriminazioni ebree non è mica iniziata nel 1900… Ha origini ben più antiche. Nel Medioevo, e fino all’età moderna, gli ebrei sono stati obbligati a indossare segni distintivi che li rendessero facilmente distinguibili dal resto della popolazione. Non solo loro, certo, ma oggi parliamo di loro. È il 27 gennaio!

Vivevano in uno stato di inferiorità sociale che il segno distintivo rendeva visibile in ogni momento. Cinture gialle, cappelli particolari, toppe di stoffa da apporre agli abiti. All’inizio dell’Età Moderna i segni distintivi iniziano a declinare e nel XIX secolo sono finalmente scomparsi.
La Storia insegna. O almeno dovrebbe.
1938. Pochi anni sono passati, agli ebrei viene imposto l’uso della Stella ebraica come segno identificativo.
C’è bisogno di un segno distintivo.
Perché? E’ la domanda che grida più forte in me! Perché c’è bisogno di distinguerli? Perché sono come gli altri. U-gua-li! La gente non capirebbe che sono ebrei. Non fanno del male a nessuno, non sono pericolosi, o almeno… non più di altri; non sono diversi. Ecco, c’è bisogno di renderli diversi.
La campagna discriminatoria in Italia è stata organizzata a partire dal 1933. E, nonostante il Duce dichiarasse che il Governo non avrebbe mai preso misure di alcun tipo contro i cittadini di religione ebraica, le cose sono precipitate a causa del legame con la Germania.
Quindi c’erano già da anni le avvisaglie. C’era anche una sorta di comitato scientifico, di studiosi, che hanno firmato il Manifesto degli Scienziati Razzisti.
Inizialmente erano dieci, poi rapidamente diventano 180, a cui si aggiungono 140 intellettuali e uomini di cultura.
E pubblicano, pubblicano tanto sui giornali, perché si permeasse nella mente della gente comune la bontà di quello che sostenevano. Senti sempre la stessa musica, finché quella musica la impari. E magari la suoni.
E loro, gli ebrei, lo sanno, se ne accorgono. Ma rimangono. Non tutti, qualcuno cede. La necessità, la paura, la discriminazione in sé fa cedere qualcuno. Ma i più rimangono.
E ancora… Perché? Non vorrei azzardare una risposta semplicistica, ma perché loro SONO. Non fingono, APPARTENGONO. Non possono andare contro al loro ESSERE. Accettano? Subiscono? No. Suonano.
(Altro testo di Corradini da mettere in biblioteca “Luci nella Shoah: le cose che mi hanno tenuto in vita nel buio”, edito da DeAgostini). Non rinnegano. Nella paura: suonano.
Siamo in Italia, la nostra Italia. I decreti regi si susseguono a distanza di mesi, a volte anche di giorni. E ogni decreto introduce una restrizione:
5 settembre 1938 – espulsione immediata di tutti gli studenti ebrei dalle scuole italiane di ogni ordine e grado, sospensione dal servizio di tutti gli insegnanti, nonché del personale scolastico.
15 novembre – divieto di acquistare libri di testo scritti da ebrei.
In soli due mesi 96 docenti universitari, 193 assistenti, 279 presidi e professori di scuola media, più di 100 maestri elementari, 200 liberi docenti, 114 autori di testi, 5400 bambini delle scuole elementari e ragazzi delle scuole superiori, 200 studenti universitari furono allontanati non solo dall’istruzione, ma anche dalla vita sociale e lavorativa.
Un disastro. Un disastro che non è un caso che parta dalla scuola: è quello lo strumento principale di indottrinamento dei giovani; è lì dove si formano le coscienze e le menti pensanti; è lì dove può partire una “controtendenza”
17 novembre – si proibiscono i matrimoni misti, via gli ebrei da tutti gli impieghi pubblici, limitato il diritto di proprietà.
1 dicembre – decadono i soci ebrei dell’Accademia d’Italia, che aveva assorbito l’Accademia dei Lincei nel 1934 per volere di Mussolini
15 dicembre – non avendo avuto risposta a una lettera del 3 ottobre circa la veridicità di quanto appreso, Einstein, membro straniero, si dimette dall’Accademia
22 dicembre – posti in congedo i militari ebrei delle Forze Armate
E qui vengo alla mia seconda domanda.
E i matematici ebrei? Insegnano.
I matematici insegnano. Formano coscienze. Non si arrendono. E formano così le scuole più acculturate del periodo.
Guido Castelnuovo, padre della geometria algebrica italiana, a 73, costretto ad abbandonare ogni incarico, contribuì organizzando corsi clandestini di livello universitario per studenti ebrei.
Sua figlia, per me e tanti altri fondamentale Emma Castelnuovo, sospesa dall’insegnamento alle scuole medie insegnò clandestinamente nella scuola israelitica e contribuì in modo mirabile al rinnovamento della didattica delle geometria euclidea e della didattica della matematica in generale.
Vito Volterra, uno dei principali fondatori dell’analisi funzionale e della teoria delle equazioni integrali, fu costretto all’esilio. Ritornò in Italia poco prima di morire.
Federigo Enriques, filosofo, matematico, divulgatore, tra i più esperti di geometria algebrica. Abbandona l’insegnamento e insegna a Roma nella scuola ebraica clandestina, pubblicando in forma anonima alcuni articoli sul Periodico delle Matematiche. Visse nascosto durante l’occupazione tedesca; tornerà a insegnare all’università nel 1944, due anni prima di morire.
Guido Fubini, padre del teorema che porta il suo nome in analisi matematica, fondatore della geometria proiettiva differenziale, partì per gli stati Uniti accettando l’invito a insegnare a Princeton, difendendo così la sua famiglia dalle leggi razziali.
Tullio Levi Civita, che contribuì alla teoria della relatività con i suoi calcoli tensoriali; gli venne impedito di accedere alla biblioteca del suo istituto di Matematica all’Università di Roma, venne allontanato dall’insegnamento e dalla comunità scientifica.
E i matematici non ebrei? Da un giorno all’altro colui che avevano stimato, emulato, seguito, diventa nemico. Senza fare alcun male, senza essere pericoloso più di altri, senza aver fatto NIENTE. Era esattamente la stessa persona con cui si erano confrontati, con cui avevano bevuto un caffè, con cui avevano stretto amicizia. Del resto, a chi deve interessare la mia religione se non a me stesso?
Beh… Come reagiscono? Come tutti gli altri: qualcuno si blinda in un vile silenzio, qualcuno ha paura ad esporsi, qualcuno ha paura di questi “diversi” – glielo hanno detto in tanti, grandi, che c’è da avere paura, qualcuno coglie opportunità di carriera e occupa posti lasciati vacanti, qualcuno non si pone il problema, qualcuno se lo pone nell’intimo del suo cuore. Qualcuno finalmente riesce a esprimere tutta la sua rabbia verso queste persone che, a loro dire, minano la purezza della razza italiana.
E quindi la domanda di rito: ma cosa ci insegna tutto ciò? Anche se di primo acchito mi verrebbe da dire che non ci ha insegnato niente, mi fermo e riformulo la domanda:
Cosa MI insegna tutto ciò?
Potrei dire cosa mi insegna a non fare. Invece dirò come mi insegna a essere. Vicino a casa mia abitava il Signor Pesaro. Solo in età adulta (la mia), è diventato Franco Pesaro.
Perché Franco è sempre stato il fratello di Tina, quella donna a cui era dedicata la mia scuola elementare. Quella donna di cui io bambina non sapevo nulla. Quella donna che era la sorella del Sig. Pesaro. Perché di lui invece sì che sapevo qualcosa.
Sapevo che ogni giorno faceva un giro sul viale dove abitavamo, sempre con sua moglie, una bella donna. Gli piaceva camminare, lo ricordo prevalentemente in tuta blu. Li ricordo semplici, ma con una grande dignità. Ho sempre pensato quello del Signor Pesaro, che per me non è mai stato ebreo, ricco, povero, colto… Era un uomo che io guardavo con ammirazione, buono, discreto, sempre con il sorriso e con una parola per me, che per lui ero solo la vicina di casa. Era diverso, eppure non girava né con la stella né con la kippah. Era diverso, così diverso da altri vicini che io lo guardavo con stupore. Non faceva niente per meritare qualcosa. Portava una storia. Una storia di dignità. Io non lo sapevo, ma lo vedevo.
La Storia mi insegna a suonare durante il buio, a trovare quella luce che può illuminare le giornate. La Storia mi insegna a non calpestare la mia dignità e a non farla calpestare, per quel che mi è possibile. La Storia mi insegna che non è possibile rinnegare il tuo essere. Costi quel che costi. La tua Storia non si cancella.
La Storia insegna. Forse.
Che la Storia insegni.
Bibliografia e sitografia:
“Solo una parola” di Matteo Corradini, Rizzoli
“Luci nella Shoah: le cose che mi hanno tenuto in vita nel buio” di Matteo Corradini, DeAgostini
Enciclopedia Treccani
“La banalità del male” di Hannah Arendt, Universale Economica Feltrinelli
“Una bambina e basta” di Lia Levi, Arnoldo Mondadori Scuola
http://keespopinga.blogspot.com/2015/04/i-matematici-italiani-e-le-leggi.html?m=1

