O dell’importanza di dare un nome alle cose.
Insegnando in un istituto professionale, tante volte mi sono domandata quanto fosse importante il lessico specifico della mia materia, forse anche un po’ travolta da quel senso utilitaristico che permea in quest’ultimo periodo il significato della conoscenza.
Spesso infatti mi è stata rivolta la domanda: “Ma a cosa serve la matematica?”, come se ogni cosa che noi facciamo dovesse avere necessariamente una implicazione pratica, altrimenti non vale la pena dedicarle tempo.
Quindi, se già non sappiamo a cosa serve, perché stare anche lì ad imparare i termini specifici? A cosa serve sapere che si chiama “quadrato di binomio” quando ricordo perfettamente la formula che lo risolve?
Queste domande dei miei alunni e di qualche collega hanno trovato una risposta sentita e convinta negli ultimi giorni di luglio appena trascorsi.
Cornice
Le valigie sono quasi pronte, controllo che ci sia tutto l’abbigliamento idoneo per questi giorni di montagna, dove le temperature sembrano assolutamente agevolanti il riposo e il piumino da 100g potrebbe non essere sufficiente.
Sistemo la cucina, raccolgo le ultime forze per un’ultima lavatrice e vado a dormire.
Ore 2 mi sveglio con un fastidio a cui non so dare un nome. Vado a rinfrescarmi e mi scopro ricoperta da una fantastica orticaria (che sarà poi orticaria?). Notte in bianco. Risveglio? Assolutamente tutto sparito. Va avanti così per quasi una settimana, peggiorando sempre più nonostante l’antistaminico e i tentativi di cura… non sappiamo cosa sia. So però che X, questa incognita nella mia vita, preferisce la notte.
Lavagna
Non dare il nome a qualcosa ti lascia nello sgomento, è come se tu non riuscissi a dare consistenza a qualcosa che c’è ma non c’è, perché non lo puoi chiamare.
Perché non ti hanno insegnato così: tu sapevi, per esperienza, che tutte le cose hanno un nome, e quel nome identifica le cose (anche se in dialetto piacentino sono tante le cose che si chiamano “robo”).
Dubbi, domande, ricerca di soluzioni… un grande caos nella mente. Niente prende forma.
Ecco la chiave di volta: attribuire un nome fa chiarezza.
E sì che lo dico sempre ai miei studenti: “Non è un caso se si chiama ‘quadrato di binomio’: quadrato perché elevo alla seconda, binomio perché viene elevato alla seconda un polinomio formato da due termini (bi)”… che è così semplice se ci pensiamo: il nome ci parla!
Nome, identità, presenza, esplicitazione, comprensione, narrazione… una matematica che cerca di capire il nesso tra parola e numero…
Ok, decido di mettere ordine tra i miei pensieri.
Foglio
Nome.
Nome proprio di persona.
Il nome ti identifica. Dice chi sei, dicendo di chi sei.
Mi colpiva questo pensiero sentito più volte da adolescente: il tuo nome e cognome dice chi sei (nome) e di chi sei (cognome), sei ‘figlia di’. E il rimando è subito al matematico Leonardo Pisano, detto il Fibonacci, il “figlio di Bonacci” (Guglielmo Bonacci). È una forma abbreviata e patronimica che lo identifica: tra tutti i Leonardo nati a Pisa nel 1170, lui è il figlio di Bonacci, è proprio quel Leonardo lì. Non lo puoi confondere con gli altri: ha un nome e un cognome che lo rendono unico.
Ecco perché in classe è importante l’appello, momento di apertura della lezione che è chiave di volta: sto chiamando te, proprio te, a un rapporto con me e con la materia.
Ce l’ha confermato anche Alessandro D’Avenia, nel suo libro “L’appello”: quel chiamare per nome con gli occhi puntati sullo studente e non sul registro, quell’attesa di un “presente”, “eccomi”, “ci sono” è preludio di speranza, di redenzione, di salvezza. È punto di volta nella vita di chi magari si sente impreparato, solo, o magari, perché no?, desideroso.
C’è qualcuno in classe che ti chiama, ti aspetta, ti vuole presente. Aspetta proprio te e ti si fa compagno.
Il tuo nome ti fa sentire desiderato.
Ecco perché, a proposito di questo argomento, apprezzo la proposta della Didattica per Ambienti di Apprendimento (oltre che per tante altre cose): perché tu insegnante sei lì, pronta con tutti gli strumenti necessari alla lezione, ad aspettare i tuoi alunni, col desiderio di entrare in rapporto con ognuno di loro. E sono loro (protagonisti) a entrare in quel luogo di relazione. È loro il passo di varcare quella soglia.
Nome comune di cosa.
Perché questa cosa si chiama così? Chi le ha dato questo nome? Perché non la posso chiamare in altro modo?
Se diamo un nome alle cose le identifichiamo (cioè diamo loro consistenza), le riconosciamo (tra mille e più), ne condividiamo sostanza e senso e quindi le comprendiamo.
Da sempre affascinata dal potere della parola, nonostante una laurea in Matematica, avevo stampato, credo 7 anni fa, un articolo di David Bidussa per la Fondazione Feltrinelli, che commentava l’ultimo capolavoro di Z. Bauman “Retrotopia”:
Il nome è importante, non solo per i significati che include, ma perché l’atto di denominare non è un dato tecnico, ma descrive un processo culturale e intellettuale di primaria importanza. È nel nome che la lingua manifesta il suo carattere ontologico: nel nome il mondo viene alla presenza, nel nome l’uomo si apre alla verità del mondo. In esso la parola dell’uomo si apre, prima ancora che alla conoscenza del mondo, all’incontro con il mondo e la sua lingua si svela tutt’altro che semplice strumento per afferrare e impadronirsi di ciò che non ha lingua. Le cose esistono, ma non basta indicarle. Per comprenderle, perché acquistino per noi un significato, siano discutibili, entrino a pieno titolo nella riflessione pubblica e dunque siano oggetto di confronto e di crescita, occorre che abbiano un nome. La facoltà di nominare come aveva intuito molto tempo fa Walter Benjamin nel suo “Sulla lingua in generale e sulla lingua dell’uomo” è quella condizione e quella possibilità che consente poi di dare un volto e, nel tempo, contenuto alle cose. Non consente solo di riconoscerle, ma di parlarne.
Ecco, io non so dirlo meglio, ma ci sono alcune parole tra quelle di Bidussa che voglio fare mie:
Nel nome il mondo viene alla presenza. Bellissimo. In quel termine che tu stai usando, il mondo si mostra, viene davanti, alla presenza: lo visualizzi, lo identifichi. Se dici “quadrato di binomio” rendi presente quella realtà, lo identifichi in modo preciso e inequivocabile (ops… hai visto che questa parola contiene il termine “vocare”, cioè chiamare?): in effetti il quadrato di binomio non si può chiamare in un altro modo equivalente!
Nel nome l’uomo si apre alla verità del mondo. Finalmente le parole che desideravo! Nel chiamare una cosa con il suo nome esatto io (soggetto) mi spalanco, mi apro per fare entrare l’essenza della realtà. Cosa significa ciò? Per me significa che entrando in classe e parlando di un determinato concetto mi predispongo ad accogliere quel concetto nella sua integrità, nel suo essere. Mi apro ad incontrare la realtà conoscendola e riconoscendola. In questo modo ne posso parlare.
Come posso infatti parlare di qualcosa di cui non conosco il nome? Se non lo sai dire, vuol dire che non lo hai compreso, non lo hai preso con te, non lo hai fatto tuo.
Ma perché tutto questo in matematica? Ne ho parlato in un webinar che trovate sia sul mio profilo Instagram che su Youtube: narrare una realtà è porla davanti ai propri occhi affinché altri la vedano e la comprendano, contemporaneamente rendendone ragione a noi stessi. Cioè, usando le parole di Bidussa, “dare un volto e, nel contempo, un contenuto alle cose” è riaffermarle a sé e comunicarle agli altri. È la possibilità di relazione con la materia, con le persone, con il mondo.
Il nome è relazione!
Post it
In questa sezione voglio lasciarvi alcuni spunti che possono essere utili anche in classe relativamente all’importanza del nome.
– Il video del racconto teatrale “L’appello” di Alessandro D’Avenia (per vederlo con i ragazzi clicca qui)
– Un’attività sulla gentilezza proposta in una classe di scuola superiore in collaborazione con la collega di Italiano con cui è stata progettata: all’inizio i ragazzi si devono conoscere e devono esplicitare una qualità positiva del compagno, un bel modo per partire a inizio anno riconoscendo il valore dell’altro (clicca qui se vuoi vedere la proposta)
– L’importanza del narrare, anche in matematica (nel video trovi qualche attività didattica sperimentata, clicca qui per vederlo):
– Un consiglio non richiesto: iniziamo sempre la lezione chiamandoli per nome, uno ad uno, e aspettiamo la loro risposta guardandoli. Solo così potremo avere tutti gli elementi per iniziare la nostra lezione senza perderci nemmeno uno studente!
– Un altro consiglio non richiesto: non abdichiamo! La terminologia specifica dice tutto di quel concetto: magari, invece di imporla, possiamo portare loro a costruire il termine, sfruttando le loro conoscenze pregresse, le loro competenze, la loro creatività… Ma chiamiamo le cose con il loro nome (credo che sia una forma di salvezza).
Ti abbraccio, augurandoti un buon ferragosto!
