IL POTERE DEL SILENZIO

“Quando percepisco frastuono interiore, io ho bisogno di natura. Così vengo qui, sotto la Pietra Parcellara, dalla parte del Passo della Caldarola, e ascolto il silenzio”.

Inizia così il post su Instagram che ho scritto oggi, un po’ in fretta e furia, mentre tornavo da questo luogo del cuore, salvo poi ricevere diversi messaggi circa il contenuto della caption e quindi eccomi a fare un excursus tematico ad hoc!

Sul sito www.lamenteemeravigliosa.it ho trovato la settimana scorsa questo articolo che parlava del silenzio, e allora ho capito che non ero proprio matta io, ma c’era un fondamento scientifico alla mia esigenza. E così mi sono documentata un po’ e vi riporto l’esito delle mie ricerche.

Sulla rivista Brain Structure and Function viene riportato un articolo in cui si dice che bastano 5 minuti di silenzio al giorno per rinnovare le cellule dell’ippocampo, che è (detta in parole poverissime) quella zona del cervello che regola emozioni e memoria. La neurogenesi delle cellule dell’ippocampo adulto dipende dallo stimolo uditivo a cui l’adulto è sottoposto, e più c’è silenzio, più si riduce lo stress che sembra essere una delle cause dell’impoverimento (e successiva morte) di tali cellule.

Ora, poiché gli scienziati sono concordi nel definire l’ippocampo come centro di elaborazione fondamentale della memoria episodica, ovvero di quella forma di memoria a lungo termine che conserva il ricordo degli eventi autobiografici, possiamo ipotizzare che preservare l’ippocampo riducendo gli stimoli uditivi possa aiutare nello studio?

Non voglio addentrarmi in studi che non mi competono pur affascinandomi parecchio, quindi passo alla seconda analisi che ho fatto.

Poiché grazie al silenzio il nostro corpo secerne endorfine, serotonina e ossitocina, che sono sostanze rispettivamente con attività analgesica ed eccitante (endorfine), calmante e stimolante il buon umore (serotonina) e favorente lo sviluppo di empatia (ossitocina), praticare quotidianamente il silenzio ci aiuterebbe sicuramente nello studio, rendendoci più sicuri e sereni, più connessi con noi stessi e con l’esterno, più concentrati, più capaci di cogliere e “gestire” le nostre emozioni.

Terza osservazione: il silenzio fa paura, tanto che non siamo più educati a praticarlo. Ci mette in contatto con il nostro io più profondo, con i nostri desideri e con il nostro essere. Stare in silenzio fa paura. Con una ex-alunna su fb dicevamo che fare silenzio è fare un vuoto, che poi verrà anche riempito, ma intanto tu hai fatto il vuoto dentro di te. Il respiro si fa più calmo, si prende coscienza di essere e vengono fuori desideri che forse il rumore quotidiano lascia tranquilli sepolti sotto metri di “non sono capace, non ne ho voglia, ma chi me lo fa fare,…”.

Ci si può educare al silenzio? Sì. Ed è quello che voglio provare a fare nel corso del prossimo anno scolastico: educando loro, educo anche me.

Cosa ne uscirà? Non lo so, so però che ne ha parlato anche Alessandro D’Avenia in un suo video: stare in silenzio con se stessi, cogliere la parte profonda del nostro essere, ciò di cui siamo fatti; ascoltare quello che ne viene fuori e farci i conti. Solo così possiamo diventare adulti capaci di stare di fronte alla realtà: facendo i conti con chi siamo!

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