DI DIETE, SKINNER E VELASCO, PASSANDO DALLA BORGONOVESE

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C’è voluto un po’… Ma ce l’ho fatta a mettere insieme tutto quello che volevo dire dopo l’episodio sugli spalti.

“Mamma, l’allenatore mi ha detto che ci vorrebbero la mia testa e i miei piedi col peso di Tizio. Mi metto a dieta”.

Pem! Centro!

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Fermatevi anche voi un momento a pensare a cosa è successo. Silenzio. Occhi chiusi e immaginate.

Ora, io non so se questo allenatore (che dalla tribuna non vedo nemmeno e che non ho ancora conosciuto di persona) se la sia studiata o gli sia uscita di getto (nel caso, è da sponsorizzare a qualche amica single!), ma ha fatto centro! Ha riassunto 110 anni di teoria comportamentista in tre parole.

Il concetto si sarebbe potuto esprimere anche così: “sei un po’ appesantito, altrimenti saresti anche bravo a calcio: hai testa e piedi”.

Ma su cosa si sarebbe fermato il ragazzo? E invece? 

È il rinforzo positivo che incentiva.

Skinner, se non ricordo male da un mio corso di Psicologia dell’apprendimento nell’età evolutiva, nel 1938 parla per primo di rinforzo positivo. “Hai fatto bene”, “sei stato bravo”,… e via dicendo, non credo di essere io quella che vi deve ricordare cosa vuol dire rinforzare positivamente le persone. Però sono quelle piccole frasi che fanno sì che l’atteggiamento positivo evidenziato venga ripetuto con una probabilità maggiore.

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Valorizzare un aspetto positivo ha tantissime ricadute sul ragazzo (bambino, alunno, anche marito, …): gli permette di riconoscere che c’è qualcosa di buono in lui e che la società lo vede, aumenta l’autostima, è meno incerto nei passi che dovrà fare. Si riconosce un valore (che è vero, non è dato solo da quello… ma anche da quello!), una caratteristica buona. Perché diciamocelo, i nostri difetti li vediamo benissimo, non c’è bisogno che qualcun altro ce li faccia notare! 

mentor, startup, mentorship-2062999.jpgProvo a parafrasare le parole di un altro coach, Velasco: tutti sbagliamo. E lo sappiamo. Ma se io vado a lavorare su ciò che l’atleta sa fare meglio, pian piano migliorerà anche su ciò che sbaglia. Perché cambia la disposizione della persona. Sono bravo qui, sono carente là, sono io che mi voglio migliorare e so su cosa. Sul resto ci sta già pensando l’allenatore.

È uno straordinario cambio di prospettiva.

Inoltre, continua un Velasco-zen, l’errore commesso è già passato, basta, non è più. Si va avanti, si volta pagina, si passa all’azione successiva. Ecco perché le squadre migliori si incentivano (e non si recriminano) dopo un errore. Non si ride dopo un fallimento (mi vengono in mente i miei alunni che prendono 4 e tornano al posto col ghigno del “poteva andare peggio”), ci si incoraggia e si riparte.

È così che il mister ha fatto centro: ha valorizzato entrambi i ragazzi, facendo capire che hanno da migliorare, ma sottolineando il buono in ciascuno di loro.

Perchè tutti abbiamo quel quid che gli altri non hanno, e avolte abbiamo solo bisogno di qualcuno che ce lo faccia notare.

Dell’importanza del maestro e della squadra.

Sui campi da calcio e in classe.

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